I MITICI GRUPPI DEI FAVOLOSI ANNI SESSANTA – Parte seconda

nomadi

Prosegue da Parte Prima

Erano gli anni, che precedevano, di poco, il netto schieramento politico giovanile del decennio che era appena iniziato.

I Nomadi erano un gruppo fortemente caratterizzato da testi per niente banali, dalla collaborazione con un giovane e sconosciuto scrittore-musicista che realizzerà, con loro, una felice e proficua simbiosi: Francesco Guccini. Gruppo emiliano, nacque e proliferò in un pre ’68 in cui la apparente felicità di raggiungimento del successo sembrava a portata di tutti. “Dio è morto”, cult di quegli anni, indimenticabile nella voce del compianto Augusto Daolio, è una canzone “popolare”, semplice nelle parole e sentita nel significato originale dell’autore: “Dio è morto / ai bordi delle strade / Dio è morto / nei campi di sterminio / Dio è morto…”. I miti della patria e dell’eroe, rifiutati da quella gioventù pacifista e di passaggio, la speranza di una “rivolta senza armi”: parole di fede e di positività, anch’esse impietosamente censurate da una radio-tv dittatoriale, che si fermò all’apparente blasfemia del titolo. Senza andare a rileggere la chiusura del testo: “In ciò che noi crediamo / Dio è risorto / nel mondo che faremo / Dio è risorto..”. Persino Radio Vaticana, cogliendone il messaggio, assolve e promuove i Inomadi e Guccini. Non la Rai. Nel frattempo, si verificava l’inversione di tendenza: erano gli Inglesi, adesso, a far fortuna in Italia. Sanremo, fra un bouquet e l’altro, portava alla conoscenza del grosso pubblico The Rokes, con la figura dell’ascetico vocalist Shel Shapiro, che cantilenava: “Ma che colpa abbiamo noi?”. In perfetta antitesi coi discorsi impegnati di certa musica che, con molta superficialità, venne bollata come “di sinistra”: assolutamente no, è del tutto sterile classificare, col senno di poi, cantanti e ricerche musicali sotto uno stellone politico. I Rokes erano qualunquisti? Mal ei Primitives cos’erano? Nostalgici? Gianni Morandi e Rita Pavone, che cantavano praticamente le stesse frasette da ragazzini per bene e solo un po’ insofferenti, anni dopo si sono ritrovati su posizioni politiche antitetiche. Morandi abbracciato alla sinistra moderata, quella cattocomunista, e la ex pel di Carota addirittura nelle liste di Alleanza Nazionale.

La decisione veramente importante, all’epoca, proveniva dal riconoscimento o meno da parte di una delle più formidabili lobbies discografiche: il Clan di Celentano. O con il Clan, o fuori dal Clan. Soprattutto ideologicamente. Il vero qualunquismo, benedetto e consacrato da quella Rai che bocciava i Nomadi e l’Equipe 84 e da quel Moloch tuttora vivo e vegeto che è Sanremo, è racchiuso nelle frasette finto-populiste che la coppia più bella del mondo, Mori – Celentano, portava alla ribalta dal palco del Festival: “Chi non lavora non fa l’amore”. E poi… poi, a decenni di distanza, è detestabile certo snobismo da rifiuto col sopracciglio alzato. Lo diciamo? Ne parliamo?

I Pooh. Mesterianti o geniali? Cosa spiega il successo ininterotto del gruppo più longevo del panorama musicale italiano? Beh, sono stati, e sono, geniali mestieranti., se mi è permesso il gioco di parole. Compagine estremamente coesa, nonostante la defezione di Valerio Negrini (che resta comunque il paroliere del gruppo e quinto Pooh di fatto), sommamente attenta ai gusti del pubblico, capace di successi come “Pensiero”, nostalgia di un detenuto che si percepisce come una struggente storia d’amore. L’LP “Parsifal”, top del successo testi e melodia siglato, al solito, Facchinetti-Negrini, rimanda il pensiero dritto ai Genesis, a certi Pink Floyd, per lunghi e godibilissimi brani strumentali; nei coretti del cantato, però, torna il buon vecchio brit-pop. Ottimo lavoro, in ogni caso, chiesto in replica a ogni tour, tanto che un gustoso aneddoto dice che ormai, negli ultimi anni, quando i Pooh, nelle loro innumerevoli esibizioni per le piazze italiane si chiede “Parsifal”, mormorano rassegnati: “Ti pareva che non ci chiedevano Pardipall…”.

E i New Trolls? Genovesi, vicini culturalmente a De Andrè e a quel panorama musicale di ricerca, rappresentanti della polifonia corale di stampo Queen, gruppo a cui si ispiravano. Fra apparizioni a Sanremo (“Davanti agli occhi miei”, grosso successo del 1970), al Disco per l’Estate e alle varie manifestazioni che più che competitive erano di “vetrina”, e i vari rimaneggiamenti della composizione della band, nasce “Concerto grosso”, del musicista argentino Luis Bacalov. Sontuosa opera di fusione fra rock e musica classica, testi volutamente scarni di stampo shakespeareano, interpretazione dei New Trolls che si può definire con un solo aggettivo: perfetta.

Le Orme, altro gruppo di nicchia del rock progressive anni ’70, dalla provincia di Venezia approdò al mitico Piper di Roma. Ottennero un discreto successo con le esibizioni dal vivo, fino ad incidere l’ottimo singolo “Senti l’estate che torna”. La consacrazione ufficiale avviene nel 1972 con l’album “Uomo di pezza”, delicato viaggio nel sogno, sull’influenza dei Genesis anche questo. L’album fa vincere loro il Disco d’Oro soprattutto per merito della splendida “Gioco di bimba”. Il plauso internazionale portò Peter Hammil, vocalist dei Van der Graaf, ad accompagnare Le Orme in molte esibizioni dal vivo e a incidere una versione in inglese del loro secondo Disco d’Oro, “Felona e Sorona”, dell’anno seguente. L’importante etichetta discografica Charisma, che curava i giganti del rock progressive britannico, accompagnò il loro primo tour nel Regno Unito, in cui fra l’altro si esibirono al Marquee Club di Londra, passaggio obbligato per tutti i “grandi” che si esibivano nella capitale.

Ultimi, ma non ultimi in questa carrellata di mostri sacri che mi hanno trasportata dritta e di peso alla mia adolescenza, il Banco di Mutuo Soccorso, da tutti e per sempre chiamato semplicemente “Banco”. Brani di altissimo livello compositivo ed esecutivo, collaborazioni di musicisti come PFM e Branduardi, un frontman indimenticabile come il gigantesco, in tutti i sensi, Francesco Di Giacomo, voce e compositore dei testi. L’enorme mole dell’”Uomo del Banco” contrastava con la sua voce dolcissima, quasi femminea, un sussurrato che quasi supplicava: “Non mi svegliate, ve ne prego, ma lasciate che io dorma questo sonno, c’è ancora tempo per il giorno quando gli occhi si imbevono di pianto, i miei occhi… di pianto”. Il loro album d’esordio, oltre a contenere chicche come “R.I.P.” (1972), ha la veste curatissima e inedita, per l’epoca, di un grosso salvadanaio di cartone, dalla cui feritoia si estraeva una striscia con le foto dei componenti. Inutile dire che quell’album è diventato un cult per i collezionisti.

 

E in quello straordinario e difficilmente ripetibile periodo della musica italiana, parallelamente ai gruppi, emergevano e si affermavano i grandi sigle, e nasceva il fenomeno dei cantautori: che tempi… che nostalgia, ragazzi!

Giovanna Abbruscato

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