EDITH PIAF, LA TRAGICA MONELLA DELLA CANZONE FRANCESE

L’urlo disperato del passerotto parigino riecheggia, terribile, in una impersonale camera d’albergo.

“Marceeel…”

La sua voce, così  poliedrica, in quel momento è la rappresentazione sonora dell’ Urlo di Munch.

La piccola Mome (Monella, soprannome di Edith Piaf, ndr) viene raggiunta dalla notizia della morte del suo amato, mentre si trova negli Stati Uniti. Agghiacciante, terribile, l’assale il senso di colpa.

Marcel Cerdan, il suo Marcel, campione del mondo di pugilato, è morto in un disastro aereo mentre dalla Francia volava a raggiungere Edith.

Inizia, con quell’incidente di cui lei si sentirà sempre responsabile, la caduta verticale di Edith Piaf.

Dal 1949, anno in cui Cerdan muore, sino alla fine dei suoi giorni, il suo “cupio dissolvi” sarà sempre più determinato.

Il tema dell’abbandono, in senso psicanalitico, sarà sempre presente, nella vita avventurosa di Edith. Nasce in un giorno imprecisato della fine del 1915; si dice che la madre tossicomane e alcoolista sia stata aiutata durante il parto, avvenuto per strada, da un Flic, il poliziotto tuttofare delle periferie parigine.

Il padre Gassion, saltimbanco artista di strada, porta la bimba, piccolissima, presso il bordello che la nonna gestiva in Normandia. Fra clienti e “signorine”, in mezzo ai sospiri erotici notturni e la vita quotidiana alla luce del sole, la piccola Edith cresce circondata dall’affetto delle ospiti della nonna paterna, che fanno a gara fra di loro  nel contendersi non i clienti, ma le carezze di quella bambina fragile. Una bambina che portava un alito di aria pulita nell’atmosfera fumosa dell’assenzio e dell’amore mercenario.

Appena cresciuta, Edith subisce il secondo grave abbandono: dopo essere stata allontanata dalla madre, è strappata via da quel nido affettuoso che era per lei il postribolo di nonna Marie: il padre decide infatti di portarla in giro con sé, per le piazze dei paesini in cui si esibisce.

Che sa fare Edith?

Niente, oltre che cantare.

Da quel corpicino da “passerotto” (Piaf in dialetto parigino, ndr) macilento sgorga una voce possente, incredibile per la magrezza e l’aspetto malmesso di Edith. Una voce che intona con trasporto “La Marsigliese”, raccogliendo più applausi – e di conseguenza più monetine- dei contorsionismi del papà.

Presto Edith si affranca dalla figura paterna. Con Simone, coetanea compagna di strada, comincia ad esibirsi per osterie e caserme. Una vita frenetica la sua, promiscua, affidata a magnaccia e approfittatori di vario genere. Un “hic et nunc”, qui e adesso, caratteristica dei genii.

A Edith, che non cerca la gloria, ma un più prosaico franco al giorno, per mettere insieme pranzo e giaciglio, non pare vero di essere presa in considerazione da un impresario “vero”, Luis Lepleè, e di calcare un “vero” palcoscenico, sia pure di un piccolo locale senza troppe pretese.

La Mome stranisce il pubblico con quella sua voce graffiante e potente.

Non è la “belle chanteuse” giunonica di forme e virtuosa di vocalizzi, che ha rappresentato, fino allora, il proscenio canoro europeo. Edith è quattr’ossa messe insieme, modesta nei suoi abitucci cuciti a mano da lei stessa senza  molta perizia. Tenera con la sua piccola croce d’oro al collo, da cui non si separa mai. Tanto spartana nella veste esteriore che offre di sé, quanto eccessiva nella somatizzazione di quei grandi sentimenti che la animano: il canto, l’amore, la conoscenza della miseria degli umili. E’ un trionfo.

Edith non si sottrae al mito di “genio e sregolatezza”. Affascina, scuote, si butta via in amorazzi, in epiche bevute e in sordide relazioni, mantenendo l’anima di passerotto implume. Compone e interpreta l’irridente “Milord”: una prostituta che spia dal vetro questo uomo affascinante, al braccio di una signora, entrambi fruscianti di seta. Le “erre” arrotatissime prendono in giro, con dolore, ciò che Piaf avrebbe voluto essere:  la bellissima signora al braccio del gentiluomo.

“La vie en rose”, benché identificata con l’essenza stessa di Edith, è una canzone popolare, non certo il meglio della vasta produzione portata in scena da quella ineffabile donna dal corpo e dalla voce di uccello.

Edith si espone parecchio, durante l’avanzata del Terzo Reich nella sua Francia, con la prosa antica degli oppressi. Piaf, anti-diva dalle mani espressive. Alcuni video d’epoca  mostrano l’accompagnamento, nelle sue esibizioni, di quelle dita scheletriche che sembrano voler catturare l’aria intorno.

“Rien de rien” è il canto del cigno di questa amata figura dalla fronte sporgente, la cui unica bellezza sono i vividi occhi di jais. Mette di propria volontà la parola “fine” a una vita ritenuta insopportabile dopo l’ennesimo abbandono.

La piccola Mome morì a 47 anni, distrutta dall’alcool e dalla morfina, senza timore di rendere conto a nessuno delle scelte fatte, compresa quella di dissolversi. Non so dire se Edith era tanto innamorata di Marcel al punto di decidere di programmare la sua fine dopo l’incidente di cui si sentiva colpevole. Sono più portata a credere che fosse innamorata del suo amore per lui.

Le sue risate di gola, la testa sproporzionata al resto del corpo (proprio come un piccolo volatile!) fanno da contraltare al suo “Marceeeel” disperato. Non si lasciò morire, cercò la morte con lucida determinazione. La Francia, l’Europa, e persino la schizzinosa America che mai amò la piccola Mome, si inchinarono davanti alla grandeur di questa figurina terribile nella sua potente veridicità.

Je ne regrette rien… “non rimpiango nulla”, fu il suo canto del cigno.

Ineffabile, come tutti i Grandi, cantò il suo epitaffio:

Avec mes souvenirs-j’ai allumè le feu-mes changris mes plaisirs-je n’ai plus besoin d’eux-balayers les amours-et tout les tremolos-balayers a toujurs-je repart à zero…

“Dei miei ricordi, ho fatto un falò; i miei dolori e le mie gioie: non ne ho bisogno. Dimenticati amori e tremori, io riparto da zero”

Je me fous du passè.

E facevi bene, Edith.

Giovanna Abbruscato

4 Commenti per EDITH PIAF, LA TRAGICA MONELLA DELLA CANZONE FRANCESE

  1. JeffNoumma ha detto:

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