Il culto di San Nicola: dal Cilento a Roma

San Nicola di Bari, noto anche come San Nicola di Myra, è sicuramente uno dei santi più amati dell’intera cristianità, universalmente venerato sia in Oriente che in Occidente.

San Nicola fu proclamato vescovo di Myra, una città dell’impero bizantino che si trovava nell’attuale Turchia, intorno al terzo secolo d.c. e – secondo la leggenda – fu protagonista di numerosi miracoli a favore dei più diseredati. La città di Bari, insieme a Venezia, divide la custodia delle sue sacre reliquie. Il Santo viene rappresentato con il bastone pastorale (simbolo del vescovato) e con tre sacchetti di monete ( o palle d’oro ), a significare la dote concessa a tre fanciulle che stavano per essere avviate alla prostituzione da un padre ingrato. A lui sono dedicate basiliche, chiese e cappelle e poi basti pensare quanto sia diffuso il suo nome nel mondo: segno evidente della sua immensa popolarità. Da Giotto a Gentile da Fabriano, dal Beato Angelico a Raffaello da Tiziano a Veronese: elencare tutti i pittori che si cimentarono nella sua raffigurazione sarebbe davvero un’impresa ardua. Così come sarebbe difficile riportare in un post tutti i luoghi esistenti nel mondo cattolico che si richiamano al Santo, benefattore e protettore dei bambini.

Anche nel Cilento il culto di San Nicola di Bari è molto sentito; fu introdotto dai monaci greci detti “basiliani” (che si ispiravano alla regola di San Basilio Magno) i quali, durante il loro flusso migratorio – a seguito delle lotte iconoclaste che sconvolsero l’Oriente (V-VI sec.) – si rifugiarono nel Cilento e nei territori calabro-lucani, lontano dalle incursioni saracene, dove fondarono conventi, chiese, cappelle e altari, molti dei quali furono offerti al culto di San Nicola. E per capire, oggi, quanto sia radicata questa devozione nel nostro territorio, basti considerare che esistono almeno trenta chiese (ubicate in altrettanti paesi del Cilento) dedicate al Vescovo di Myra, la maggior parte delle quali, in un lontano passato, venivano usate anche come luogo di sepoltura; le stesse chiese hanno subito nel corso dei secoli trasformazioni e restauri, pur conservando il loro antico impianto architettonico.

Mi piace qui ricordare – in particolare – le chiese parrocchiali dedicate al Santo, fondate intorno al ‘500, nei paesi di Piaggine, Perito e Gioi: quest’ultima è stata restituita qualche anno fa al suo antico splendore, anche attraverso l’intervento del pittore Mario Romano; da ricordare ancora la bella chiesa di Casaletto Spartano del XII secolo, a tre navate, ornata da finissime decorazioni che evocano la storia di San Nicola; e poi quella di Pollica, costruita intorno al XIV secolo, pervenuta a noi attraverso il restauro risalente all’Ottocento, con il suo bel soffitto decorato dal pittore Matteo Cilento. E poi ancora la chiesa di Castelcivita che custodisce, tra l’altro, un pregevole coro tardo-gotico della fine del XV secolo, nonchè le chiese parrocchiali di San Nicola di Ascea e di Campora risalenti al periodo tardo seicentesco.

Una menzione particolare vorrei dedicarla alla chiesetta sconsacrata di San Nicola a Trentinara, di origine normanna, risalente all’XI secolo: un gioiello architettonico che andrebbe recuperato. Scrive Giuseppe Liuccio sul blog “tanno e mo” che “probabilmente la decadenza della chiesa va fatta risalire al sec. XVII, quando il vescovo di Capaccio, Bonito (1677-1684), perseguitò i monaci basiliani, ne osteggiò il culto giungendo a bruciare nella piazza di Cuccaro libri sacri e testimonianze storiche.. Secondo una tradizione popolare non convalidata da documenti storici ma quasi sicuramente attendibile, la statua di San Nicola fu rubata nottetempo dai fedeli di Monte Cicerale che la trasportarono nella propria chiesa, dove è ancora venerata. Probabilmente più che di furto si trattò di un pietoso trasferimento voluto e facilitato dagli stessi abitanti di Trentinara per mettere il Santo a riparo in territorio dominato dal rito greco-ortodosso”.

Vorrei chiudere questo breve excursus storico sugli edifici religiosi, intorno ai quali si riuniscono nel culto di San Nicola di Bari le tante comunità cilentane – la cui esposizione, ovviamente, non ha la pretesa di essere esaustiva – spendendo qualche parola sulla chiesa del mio paese nativo, Prignano Cilento. Edificata intorno al XIII secolo, è affiancata da una possente torre campanaria di forma quadrangolare in pietra locale, su cui si aprono archi a tutto sesto. Sul timpano della facciata  “a capanna” è riportato un dipinto raffigurante il Santo, mentre l’interno, suddiviso in tre ampie navate, presenta una volta a botte, abbellita da una serie di formelle quadrate. Al centro della volta si può ammirare un bellissimo e antico affresco (presumibilmente del Sette/Ottocento), che riproduce la miracolosa liberazione (da parte di un angelo inviato da San Nicola) di Diodato (o Adeodato), un ragazzino cristiano rapito dai Turchi e da questi ridotto in schiavitù. E’ uno dei due miracoli attribuiti al Santo. L’altro – secondo l’agiografia cristiana – si avvera in una osteria, dove San Nicola resuscita tre bambini i cui corpi, fatti a pezzi da un oste malvagio, dovevano costituire il pranzo per gli avventori. Va detto che i due eventi miracolosi vengono anche evocati durante una commossa rappresentazione teatrale che si svolge, in costumi d’epoca, sulla piazza antistante la chiesa il lunedì dell’angelo, successivo alla Santa Pasqua.

Devo dire che l’idea di scrivere questo post su San Nicola mi è venuta l’altro giorno, mentre mi trovavo nella Chiesa di Santa Maria Maddalena a Roma, che si afffaccia sulla bellissima piazza omonima, a pochi passi dal Pantheon. Lì ho scoperto, in una delle quattro cappelle di cui è costituita la chiesa, un magnifico dipinto su tela posto sull’altare realizzato, tra il 1694 e il 1696, da Giovan Battista Gaulli detto il Baciccia che rappresenta “Cristo, la Vergine e San Nicola di Bari”. Sulle pareti laterali ho potuto inoltre ammirare due tele dipinte da Bonaventura Lamberti  detto il Bolognese: a destra “San Nicola di Bari resuscita tre bambini” e a sinistra “San Nicola di Bari libera Adeodato”. E’ bene sapere che, poco distante, sorge la chiesa di San Luigi dei Francesi (nell’omonima piazza) la quale custodisce (nella seconda cappella, a sinistra) un San Nicola di Bari del pittore tardo manierista romano Girolamo Muziano (1532-1592). Chi ha l’occasione di visitare questa magnifica chiesa non si lasci sfuggire la cappella Contarelli, che contiene tre grandi capolavori del Caravaggio.

Chiesa S. Luigi dei Francesi: cappella di S. Nicola

Chiesa San Luigi dei Francesi: cappella di San Nicola

Volendo continuare questo percorso artistico-religioso alla scoperta di San Nicola a Roma, va detto che esistono altri importanti luoghi di culto a lui consacrati – sconosciuti ai più –  nonostante siano spazi sacri di grande interesse architettonico. Mi riferisco alla Basilica di San Nicola in carcere (nei pressi del Teatro Marcello), che sorge sul luogo dove, nel periodo della Roma repubblicana, si innalzavano tre templi che nel medioevo furono trasformati in carcere. Poi c’è la chiesa di San Nicola dei Lorenesi, nei pressi di Piazza Navona. Quindi l’antichissima chiesa di San Nicola dei Prefetti nel rione Campo Marzio, che conserva un raffinato affresco settecentesco del pittore romano Giacomo Triga raffigurante la Gloria di San Nicola di Bari. Inoltre, dalle parti di Via Veneto, si leva la monumentale Chiesa di San Nicola da Tolentino – di rito armeno – fondata dagli Agostiniani Scalzi nel 1599. Custodisce, nel suo interno, la Cappella di San Nicola eretta nel 1709 sul cui altare domina il dipinto su tela ad olio di Filippo Laurenzi che raffigura il Santo nell’atto di benedire un bambino adagiato sulle ginocchia della madre. Vorrei infine ricordare i resti della chiesa sconsacrata di San Nicola a Capo di Bove (solo la struttura esterna con l’abside ma senza copertura), sulla via Appia Antica, di fronte al Mausoleo di Cecilia Metella. Raro esempio di gotico sacro a Roma.

Pino Cernelli

 

 

Chiesa di S. Nicola a Capo di Bove

Chiesa di San Nicola a Capo di Bove

La chiesa di San Nicola a Capo di Bove è una chiesa sconsacrata di Roma, nel quartiere Ardeatino, sulla via Appia antica, di fronte al mausoleo di Cecilia Metella. Di essa oggi restano dei ruderi, ossia la struttura esterna con l’abside, ma senza la copertura. La chiesa è importante perché si tratta di uno dei rari esempi di gotico sacro in Roma. La struttura si presenta ad un’unica aula rettangolare, con una facciata liscia e senza decorazioni, sormontata, sul lato sinistro, da un campanile a vela. I fianchi della chiesa sono scanditi da finestre monofore archiacute. L’interno si presenta completamente spoglio, con un’abside sporgente e, come detto, senza copertura.

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