L’immaginario horror e magico nel Cilento

Il Cilento è una terra caratterizzata da una profonda stratificazione storica. L’impatto antropico su di essa è di antica data, e parte dalla preistoria più remota (età della pietra) per arrivare fino ai giorni nostri senza soluzione di continuità, passando per la grande stagione del classicismo ellenico. L’uomo comune non si rende conto, spesso, di “quel che ha tra le mani”. Sa vagamente di Parmenide e Zenone, ma non sa andare oltre i concetti elementari dell’”Essere” e della “tartaruga”. Quel che appare allo spettatore distratto è una terra di tradizionale placida razionalità, rappresentata nel taglio classico dei grandi templi di Poseidonia (la Paestum dei Romani), forse i più belli dell’intera ellade, se si eccettua il Partenone di Atene.
Eppure, pochi sanno che cosa significasse, in realtà, la “filosofia” di Parmenide. Costui era quello che si potrebbe definire uno sciamano, espressione di quell’ancestrale “sciamanesimo panasiatico” (noi del resto siamo più propensi a parlare di “tradizione primordiale”, alla maniera di Guénon) che Angelo Tonelli ha teorizzato nella sua introduzione a Eraclito, e che andava dalla Cina fino alle porte della Grecia (Tracia e Asia Minore), passando per la Siberia. Asia Minore (la Caria) nella quale sorgeva Focea, la città da cui i coloni di Elea provenivano.
Sorprenderà qualcuno sentir dire che c’è straordinaria somiglianza tra il pensiero di Parmenide (sopravvissuto in alcuni frammenti di un poema in esametri intitolato “Dell’Origine”) e quello di Lao Tse, fondatore del taoismo in Estremo Oriente. Non è forse il Non-Essere di Parmenide identico al Tao di Lao Tse? Chi era Parmenide, in realtà? La sua figura ci appare misteriosa. Platone, che visse alcuni decenni dopo di lui, si sentì in dovere di dedicargli un dialogo, riconosciuto come uno dei più misteriosi, il “Parmenide”, appunto. Di Parmenide egli disse, testualmente: “Noi non riusciamo a comprendere le sue parole”. Parmenide era un iniziato; un iniziato e, forse, come dice Elemire Zolla in alcune pagine illuminanti, un sacerdote di Apollo, dio e protettore degli iniziati nonché custode della “medicina”: ovviamente la OCCULTA MEDICINA degli alchimisti, non quella profana. È da notare che in Nord America gli sciamani siano chiamati proprio “uomini della medicina”. Diffuso in Elea era il culto di Asclepio (un’ipostasi di Apollo medesimo) che tra i suoi attributi aveva il caduceo con i due serpenti intrecciati: accenniamo appena, qui, all’identificazione di questo simbolo con quello del Tai-Ki (Yin-Yang) taoista, espressione della duplicità della forza cosmica creatrice.
Quali figure misteriose si aggirarono per il Cilento! Aguzzando gli occhi e girando il capo dattorno scorgiamo frammenti di una simbologia universale e primordiale. A Paestum quanto a Elea è presente lo svastika (il genere corretto, in sanscrito, è infatti maschile). Statue enigmatiche, come l’Antece degli Alburni, che rimanda a certe iconografie orientali, se ne stanno mute in attesa di rivelare i loro misteri.
È come se un mondo si celasse dietro un altro mondo, standosene appartato dietro le quinte dei secoli, osservando sornione noi, che non siamo più in grado di vederlo né tantomeno comprenderlo.
Ma gli esseri e i riti di un tempo indefinito non sono confinati alle origini sciamaniche della più antica grecità. Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo ricevuto l’”uocchio” da qualche fattucchiera di paese. Questo incantesimo era conosciuto fin dai tempi dell’Antico Egitto: l’uadjet, ossia l’occhio di Horus, era considerato uno degli amuleti più potenti per tener lontane le cattive influenze. Vi sono leggende paesane (che ho avuto la fortuna di ascoltare personalmente quando ero piccolo) che dicono che queste influenze, quando sono particolarmente forti, manifestino la loro presenza intorbidando e, se del caso, agitando e spargendo, l’olio che viene talvolta messo accanto al “paziente”. Ho ascoltato una storia in cui si diceva che l’olio contenuto nel suo piccolo contenitore, al culmine del rito, fosse “fuggito via” dalla stanza.
Il bestiario meraviglioso non manca, neppur esso, alla terra cilentana. Dicerie a proposito di serpenti “con la barba” o “con gli occhiali” abbondano; esseri ultraterreni tendono i loro agguati ai contadini che si recano in campagna sul far dell’aurora (come ho sentito narrare in vecchie storie). Visite degli spiriti e anime dei trapassati non sono rare nelle storie degli anziani, soprattutto di sesso femminile, che ci riportano a un mondo in cui la donna era la detentrice dei poteri in grado di ammaestrare le energie sottili e si faceva tramite tra diversi mondi. Diffusa è la leggenda del “Monacieddo”, che si dice abiti le soffitte delle vecchie case e la cui iconografia rimanda chiaramente agli “Incubi” della tradizione romana.
Ha destato il mio personale interesse una leggenda di Gioi che parla di una donna-scheletro condannata a ritornare periodicamente per espiare una sua antica colpa. La storia è ispirata da un ritratto di donna, metà in carne e metà scheletro, raffigurato su alcune piastrelle del pavimento dell’antico convento francescano, poco fuori dal paese. Inutile dire che non si tratta d’altro che di un tipico “memento mori” medievale, assimilabile alle Danze Macabre in voga in quel periodo. È interessante, tuttavia, come la fantasia delle persone possa “creare”, partendo da un semplice spunto esterno.
L’immaginario soprannaturale nel Cilento affonda dunque le sue radici nella tradizione universale dei popoli (né potrebbe essere diversamente). La sua lunga chiusura al resto del mondo moderno ne ha preservato intatti i protagonisti; almeno fin a qualche anno fa. Non sono certo che oggi coloro che sono rimasti possano esserne in qualche modo custodi. Già nel mio paese non esiste più nessuno che sappia praticare il rito dell’”uocchio”, e ciò è sintomatico della perdita irrimediabile di una tradizione. Restano soltanto i ricordi; e anche questi, non si sa per quanto.
Personalmente, da cilentano consapevole di tutto questo, mi sono sentito in dovere di dare un contributo ai ricordi, cercando di riprodurre certe atmosfere di asfissiante superstizione in alcuni racconti dell’orrore di recente pubblicati: “Terra incognita e altri incubi”, Zenzero Edizioni, 2015. L’ambientazione è quella tipica del Cilento, benché vi siano alcuni tratti che, necessariamente, fanno di “questo” Cilento anche qualcosa di più che una terra infestata.

Andrea Casella

 

In copertina: Antece, Scultura su roccia del IV – II sec. a. C., Patrimonio dell’UNESCO, Sant’Angelo a Fasanella (Sa) – Ph. Luca Melucci

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